Ho incontrato qualcuno del luogo. Mi ha svegliato ha voluto parlare con me. E' sorprendente come il mio sonno talvolta mi privi delle cose più belle. E' sorprendente come il maggior nemico di me stesso sia soltanto e solo io...A Tindòra è vivo ancora il ricordo della fine dei Sacerdoti della legge, quella legge che impediva ogni naturale bellezza, ogni magnifico spontaneo rapporto umano. E' vivo l'eco delle storie che si raccontavanpo quando Ergon fu fondata. In tasca alla legge, al confine del confine delle terre dei Sacerdoti reggenti, Ergon basò la sua potenza sulla gratuità dei rapporti e sulla necessità del rafforzo reciproco tramite il riconoscimento positivo, tramite la relazione costruttiva e rinforzante. La leggenda parla di una donna, nata sotto il segno dell'Acquario, Maia. A differenza di tutti avrebbe elargito quello che tutti negavano o misuravano, o pesavano o facevano pagare a caro prezzo. Una donna che non avrebbe avuto timore di diffondersi fra la gente e che avrebbe in questo modo fondato la splendente città libera e universale...e il regno si sarebbe spaccato di lì a poco; e i Sacerdoti, vittime delle loro stesse presunzioni, avrebbero lasciato uno strascico di equivoci e di incomprensioni che ancora oggi sono difficili da ricomporre...difficili da portare all'unità...
giovedì 4 marzo 2010
La fondazione di Ergon: strane storie
lunedì 1 marzo 2010
I sette sigilli
"Nessun sigillo è per caso. Ognuno apre, ognuno chiude, ognuno ne genera uno nuovo che attende vibrante nell'aria." Arkejon, Cap XXX
domenica 28 febbraio 2010
Tre giorni a Tindòra
Ho riposato a Tindòra tre giorni, tre lunghi giorni per rintracciare il ricordo di Magèia nelle poche memorie che di quel lontano, lungo felice e strano periodo mi rimangono. Qualcuno mi ha aiutato a farlo, qualcuno che dista da me secoli di starde percorse, ma che inaspetttamente trovo vicinissimo. Ho rivisto le fontane, le piazze, numerose, i boschi floridi attorno alla città. Ho rivisto i Maghi, portatori di profondità e di inaspettate favole. Ho ripensato ai miti che sostenevano ogni storia, alle leggende che impregnavano del loro sapore tutte le cose. Io stesso ero uno di loro, piccolo ma pur sempre uno di loro, un giovane piccolo mago; ho creato qualcosa che continua a esistere soltanto perchè questo era quello di cui avevo bisogno. I sacerdoti infine hanno dissacrato ogni cosa, hanno corrotto il corruttibile, hanno allontanato dalla vista di tutti ogni cosa bella e magica. Lo hanno fatto perchè il mondo non è la magia che i maghi e i bambini credono, non è la speranza senza limiti che ripongono in ogni cosa, e non la terribile paura davanti ad ogni ignoto che incontrano. I sacerdoti mi hanno permesso di crescere e hanno concesso alla stirpe dei maghi di eclissarsi e di rifugiarsi in un dove imprecisato, lontano dalle loro regole. A Tindòra scopro che molto di quel mondo che credvo perduto vive ancora. Forse brace ardente sotto cenere spenta, forse una vena d'oro brillante in cave di ferro e piombo, forse niente di tutto questo. Eppure riesco a ritrovare molte di quelle magie, come il grande mago rifondatore, le ritrovò quando i sacerdoti si estinsero. Fu un'era di passaggio molto confusa, come tutte le ere di passaggio, e come tutte le ere in generale, che sono sempre di passaggio fra quella che precede e quella che segue. Ogni terra è una terra di mezzo tranne le due terre che tutto hanno tranne un 'mezzo'. Il 'mezzo' sfugge, lo si rincorre ma non lo si ferma mai, non lo si paralizza mai, non lo si fissa, proprio come il presente. E fra passato e futuro, a Tindòra, mi ricordo del mio passato, un lontanissimo passato e immagino un futuro per questo regno; come un mondo 'classico' rivissuto prima in un rinascimento e adesso in un neoclassicismo...che cosa sto dicendo?...ma sì: i sacerdoti sono stati come un medioevo, una fruttosa stagione oscura, un crogiuolo di forze...a Tindòra riprendo la faroza del mio passato, dell'era dei Grandi Maghi, dei Sacerdoti, del Mago rifonadtore e infine...
venerdì 26 febbraio 2010
Il Lapis Lapsus e la storia del Regno: terzo mistero
giovedì 25 febbraio 2010
M., secondo mistero
Tindòra e il lago Fato
Nove colonne, nove come l'enneade sacra, come l'imperfetto che tende alla perfezione, come l'uomo proteso al divino dieci. I sacerdoti hanno custodito qualcosa che tutti avrebbero voluto e il mago, o forse M., alla fine del suo tempo ha riposto lì, ha riconsegnato alla storia fuori dal suo tempo. Il deserto la inonda, la sommerge e il vento la riscopre, la rivela sempre. Tindòra, la sacra città decaduta dei sacerdoti, l'austera via da seguire, la dritta via da non dimenticare e che nonstante tutto, è scomparsa nelle sabbie calde dell'oblio. Oggi posso sorridere per essere stato bambino fra le sue porte, fra le sue mura di terra e fango, per aver capito in tempo che cosa mi attendeva, che cosa attendeva tutti. Oggi sorrido e torno a rubare quello che mi appartiene. Lontano il lago Fato, grazie al quale, secoli fa, mi sono salvato. 
mercoledì 24 febbraio 2010
Tindora, l'antica città dei sacerdoti
martedì 23 febbraio 2010
La diga, il castello, l'isola
Sono voluto fuggire, sono voluto evadere da una gabbia dorata, da un inferno bellissimo, da un'isola che altro non faceva che proteggere la mia incapacità di andare oltre. E il fiume ha cominciato ad innalzarsi, a sommeregere terre emerse, a riunirsi laddove si separava. Sono stato io, sono stato io ad innalzare quella diga, sono stato io, il vecchio re. Soltanto io adesso posso abbatterla, non senza danno per tutte quelle popolazioni che col tempo si sono stanziate oltre, si sono adoperate per sfruttarla, per utilizzarla a prioprio vantaggio.
La vedo, la percepisco. Alta imponente, maestosa, orgogliosa della propria esistenza. Magnifica nella forza, inutile al normale fluire delle cose, del fiume, dei pensieri. Anche l'Arkejon racconta di barriere, ce ne sarebbero state in passato, e di molto alte. Si racconta di una vecchia dimora, di molte stanze, di un bosco tutt'intorno a proteggerla da ogni sguardo. Infine si parla della sua rovina, della sua decadenza a vantaggio di qualcosa di più libero e aperto, di un castello sul lago, il castello del mago. Lo vedo, nei miei sogni, rimasto immobile e leggero, potente e inconsistente. La diga come quel castello cadranno sotto il peso di un nuovo cielo, di una nuova luce; le crepe sulla sua superficie rivelano che la catastrofe è già cominciata. Ricordo un passato più o meno lontano, ricordo la rovina di molte cose che sono state e che non sono più. Sono bastati i miei occhi, il mio pensiero, il mio desiderio perchè tutto cambiasse, come sempre. Il fiume rientra nel suo corso, l'isola riemerge.
domenica 21 febbraio 2010
Luoghi magici
Partenza da Ergon
"E' soltanto un passaggio, soltanto un sentiero nella notte, soltanto una oscura metafora della vita. Credevamo di esserci persi, credevamo che le terre, l'antico regno si fosse estinto, consumato, sgretolato sotto il peso delle cose, eppure un passaggio ne mostra l'ingresso, ne mostra l'orizzonte, ne apre la speranza. Siamo stati quello che abbiamo voluto; siamo stati quello che non potevamo sapere, siamo stati e ancora siamo; adesso non possiamo conoscere il nostro futuro e poco anche il presente scorrerre degli eventi. Il sentiro conduce alle terre del re, perchè nulla è impossibile a lui. "Arkejon, cap. I
Ho lasciato il Consiglio con un messaggio, l'ho invitato a riflettere sull'importanza che ha raggiunto nella mia vita, sulla necessità che io navighi fino alla diga. Il sentiero è stato tracciato adesso, nessuno lo potrà più cancellare.
Ergon: la città senza potere
Nei palazzi sacri di Ergon, il Consiglio ha voluto ascoltare quello che io soltanto sono stato capace di leggere nell'Arkejon.
Ha voluto capire quello che vedo della mia storia, ha voluto sentire le mie emozioni. Io stupito da tanta saggezza ho chiesto loro di raccontarmi la loro storia e quella di Ergon. Ogni re di un universo diverso si aggrega, come me, al Sacro Consiglio. Ogni re governa sulla sua terra ma ognuno è ospite nella città eterna di Ergon. Una terra intermedia fra le mie due terre, una terra senza potere, un'aura sacra, un tremendo segreto. Le mura di Ergon narrano di più; le mura spesse della storia spessa dell'uomo, non hanno voce umana ma parole divine, parole scritte nell'Arkejon che ognuno legge con i propri occhi, e con il proprio cuore. Ad Ergon si decide il presente, l'hic et nunc, il qui e adesso, l'oggi. Tutto il resto mi addentra nelle due terre, mi riporta a qualcosa che ho narrato loro e che non credevo di sapere così chiaramente raccontare.
Qualcuno ha costruito una diga a nord del Grande Fiume. Il lago che ha sommerso l'isola magica di F. ostacola il normale fluire del tempo e dello spazio nelle due terre. Dovrò andare, sono le mie terre, sono il re, il nuovo portatore del tremendo peso. Lo sono sempre stato, ma non sempre l'ho saputo alla coscienza. Ho parlato di me, ho riagganciato eventi passati, magiche manifestazioni di vita, stupori e visioni, storie e incantesimi. Ho parlato di un me dimenticato, chiuso in uno scrigno di giada, serrato da luccchetti d'ottone o dorati.
Loro hanno ascoltato e si sono meravigliati di tanta ricchezza. Si sono compiaciuti: le terre hanno trovato il loro re, neanche io l'avreri sperato, neanche io mi sarei riconosciuto. Mi fermo soltanto il tempo per riposare e rinforzare il mio orgoglio. Domani ripartirò e tenterò di capire che cosa è successo, che cosa ha spinto chi ad innalzare muri sull'acqua, ha sommergere la sacra isola. Avrei bisogno di M., e dispero di ritrovarlo, fuggo dal desiderio sconsolato di camminare con lui ancora fianco a fianco. Riposo, ad Ergon
mercoledì 17 febbraio 2010
P., il primo mistero
Diretto ad Ergon, leggero come la neve e veloce come le stelle ripenso a te. Ti porto in ogni istante di questa mia nuova esperienza, ti custodisco, ti velo di mistero. Non rivelerò il tuo nome, lo lascerò ad un'altra vita, lo celerò come l'enigma di andare e tonare dall'aldilà ogni volta. Abbiamo avuto la nostra storia, e mi manchi, mi mancano le tue parole e la tua voce. Mi manca la libertà con cui mi hai lascaito vivere, io, depredato, diseredato, defraudato, calunniato ed infine condotto in un'isola naufraga in uno strano, immenso, mitico fiume. Con M. non ho mai parlato di te, lui non mi ha mai chiesto, io non ho mai osato il rimpianto, lui non era un tipo adatto a tali comprensioni. Eppure sapeva, eppure ti conosceva. Mi ha seguito da sempre, come poteva essere altrimenti? Mi manchi, e mi manca quella tua strana inspiegabile saggezza. Sapevi che ero vittima solo e soltanto di me stesso; sapevi che non esiste uomo o essere vivente che possa nuocere a qualcuno che vuole il proprio bene. Sapevi che tribolavo per me stesso, incolpando troppo gli altri di cose che non potevano aver fatto, perchè non erano in potere di farlo. Sapevi e hai taciuto, hai parlato per metafore, hai atteso la mia sorte, che puntuale, mi ha travolto. Non succede così adesso, non adesso. Le stesse musiche, la stessa energia, la stessa forza che si attacca alla vita, supportata da Ergon. Ho troppo pesato le decisioni di altri uomini nella mia vita. Ho pensato davvero potessero incidere sul mio destino. Adesso comprendo l'importanza decisiva delle mie, la necessità di una direzione dove io soltanto sono il timoniere, dove il mondo può restare a guardare.
Cara P., sei il mio primo grande mistero, e trovo traccia di te persino nell'Arkejon, il possente favoloso libro che il Consiglio degli Anziani mi ha donato.
"Bella, la stella del giorno e della notte è intramontabile sul nuovo e vecchio regno, sui due regni, sui boschi che un tempo erano contesi, sulla città santa, su quella distrutta, sulle terre del re." Capitolo XXI
venerdì 12 febbraio 2010
Arkejon, capitolo XX
"Due sono le terre, due gli antichi regni ed uno il confine del presente. Ciò che era non è più, ciò che è stato si è tramutato, è cambiato, è perduto, è rinnovato. Il nuovo e antico re confermerà il confine, rinsalderà le frontiere, conquisterà l'oltre, vincerà l'ordine. Una nuova città, una nuova era, una nuova dinastia."
giovedì 11 febbraio 2010
La fine della città del Re
E lentamente ogni palazzo, ogni casa, ogni attività della città operosa e perfetta ha cominciato a sgretolarsi,
a corrompersi, a finire. Percy mi ha guardato terrorizzato eppure fiducioso. Il castello rimarrà come simbolo di ciò che è stato, di ciò che non sarà più, di ciò che è mancato a questo regno. I due regni ritrovano finalmente la loro unità divisa in Ergon, la città santa, la città che mi richiama, che mi invoca, che mi nomina. Tu, Percy, rimarrai come reggente e guardiano in queste stanze spoglie e vuote. Sei abituato alla solitudine ma la mia vicinanza sarà potente, sarà allegra, sarà furiosa e furibonda, tenace e libera. E la città si sgretola, le sua mura cadono, le sue parsimoniose genti si corrono nei boschi e si diesperdono, incredule che tutto ciò che hanno sempre saputo, non era altro che un vuoto. Tutto chiede un abbandono maggiore, chiede un'attenzione diversa, chiede quello che non ha mai avuto. Cadono i torrioni e le nove sentinelle murate si disintegrano sotto il proprio peso. Cade la città forte, la città del re bambino inesistente. Cade la proprietà di se stessi e la tenace voglia di mantenere ogni cosa sotto il proprio controllo. M. non mi aveva detto fino in fondo che cosa stavo cercando. M. mi ha lasciato andare perchè dovevo, perchè un tempo sono stato re e poi ho abdicato, ho rinunciato e adesso sono tornato. Sono stato un mago e ho imparato le sacre arti da chi prima di me le aveva apprese da altri che oggi non vivono più. Sono stato potente, sono stato padrone, sono stato libero, come adesso. Non manca molto alla nuova luna e la barca mi condurrà ad Ergon alle sacre radici della vita di tutto questo.
Nella stanza del Re
Percy: "Hai trasgredito ogni mio avvertimento. Hai abbandonato l'isola a te assegnata violando le sacre terre di Ergon; hai navigato l'innavigabile fiume Ermo, per oltrepassate le tristi paludi di Milmia ed attraversare la città del potere. Sei dunque salito misteriosamente alla stanza del trono per appriopriartene e soprattutto per sapere chi sei. Benvenuto mio Signore, aspettavamo un re così, l'Arkejon lo aveva annunciato."
domenica 7 febbraio 2010
Il castello del Re
Sospeso, sospeso come i miei pensieri. Il castello del re non ha ingresso per piedi umani, non ha scalinate, non ha fondamenta sulla roccia. Sospeso, fluttuante come la resistenza inspiegabile al disordine imperante, al caos travolgente alla follia riedificante. Il re trattiene tutto, domina l'ordine e diffonde un infondato senso di scurezza, un insano attaccamento alle regole. Percy ha trovato un modo per salirvi eppure qualcosa di lui non mi convince più. Sembra che dietro ogni cosa di tutto questo si celi un profondo terribile segreto, qualcosa che lui conosce bene. L'Arkejn recita:
"Non sempre qualcosa che impera ha l'autorità per farlo, eppure quasi mai nessuno ha voglia di scalfire un'autorità che si autoproclama, neppure se questa non ha la potenza necessaria per sostenersi."
martedì 2 febbraio 2010
Nella città del Re
Ho ritrovato il giovane Persy. Si è stupito della mia tenacia, della mia capacità di compiere cose senza senso. Il re non vuole vedermi, e lui me lo aveva detto chiaramente. Il re sa cose sul mio passato che ai suoi occhi mi scerditano, mi teme, mi considera come un nemico. Adesso si chiede perchè avrei compiuto un viaggio così lungo per andare contro a quello che per lui è il flusso normale delle cose. Dal canto mio io per primo trovo strano lui e questo luogo. Qui tutto sembra avere un senso chiaro e logico. Qui ognuno è indaffarato a compiere il proprio lavoro, le proprie faccende, e così appaga la propria ansia di vivere. Sono proprio fuori luogo, sono proprio diverso, io che faccio quello che M., un uomo che ancora oggi definisco misterioso, mi ha detto di fare; io che seguo l'onda energetica di Ergon e rispondo alle attese di un consiglio di anziani chiusi in una città ai confini degli spazi mentali...sono un pazzo eppure mi vanto di questa follia. M. mi ha detto che il re saprà dirmi chi sono, saprà canalizzare la mia attenzione altrove, forse, un'attenzione che adesso si è rivolta soltanto verso questa città, una città solare, apparentemente libera eppure incatenata alle mille cose da fare, da sbrigare, da compiere. Sono sbalordito dal brulichio incessante delle persone che da una strada all'altra corrono, camminano veloci, si scambiano poche necessarie parole. L'Arkejon conferma i miei sospetti, parla fra le righe di un futuro diverso, dove all'ordine si sostituirà la libera espressione. Il giovane Persy è tornato turbato al palazzo, arroccato al centro della città, stupito dalla mia incomprensibile tenacia. Mi annuncerà, mi farà uccidere prima che io lo raggiunga o forse resisterà e farà finta di non avermi mai incontrato, abbagliato dall'illogica voglia che si sprigiona nelle mie parole. Mi ha chiesto come abbia potuto navigare un torrente impercorribile e per giunta nel senso opposto. Non si capacità delle forze che mi hanno portato in questa burocratica città. Qui il re bambino sprigiona tutta la sua voglia di ordine e funzionalità. Qui, come un sole emana la sua luce, così lui irradia il suo potere senza mostrarsi chiaramente, sewnza permettere allo sguardo di poterlo fissare. Percy mi ha di nuovo messo in guardia, mi ha di nuovo minacciato: se insisterò, se non me ne andrò da qui, saranno guai. Ergon palpita ancora nelle mie vene e il sacro libro mi rincuora sul da farsi.
lunedì 1 febbraio 2010
La città del Re
Plotino; Enneade I,VI
"Dunque l'idea si avvicina alla materia e pone ordine tra le parti multiple, di cui una cosa è fatta, combinandole insieme. L'idea le riconduce a un tutto ordinato, e crea l'unità accordandole loro, perché essa stessa è una, e l'essere che prende da lei la forma deve dunque essere uno, almeno nei limiti in cui può esserlo una cosa composta da molte parti."
giovedì 28 gennaio 2010
Ricordi
mercoledì 27 gennaio 2010
I boschi impaludati di Milmia
martedì 26 gennaio 2010
L'Arkejon
Veloce, sul leggendario fiume Ermo, raggiungerò la città fortezza del re bambino. Il Consiglio dei dodici della citta santa di Ergon mi ha indicato questa strada, mi ha fornito del coraggio, mi ha regalato il libro Arkeja perchè io potessi capire la storia che scorre come un fiume sotterraneo, dietro alla mia storia. Non ho paura, non ho timore. Arkeja è qualcosa di magico, è qualcosa di misterioso eppure parla una lingua che conosco, una lingua che non so ripronunciare ma soltanto tradurre, soltanto cambiare. Arkeja parla anche di me, fra le righe, in ogni riga, in ogni frase, nelle immagini, nei pensieri. Nessuna origine certa, nessun mito prenatale, nessun essere misterioso. Il mondo in cui mi muovo esiste nella volontà di chi lo vuole vedere, esiste e si muove e cambia a vantaggio di chi crede in esso, di chi spende per esso le proprie energie.
Ergon avrà un ruolo importante nella rifondazione del regno.
lunedì 25 gennaio 2010
La città di Ergon
Riprendo il mio viaggio con la promessa di tornare ad Ergon non appena sarà giunto di nuovo il tempo. Come la luna tornerò nuovo ogni mese, come la luna, lo prometto sul sacro altare della vita eretto poco ad ovest, nei boschi sul lago. Avete rivelato quello che non avrei mai pensato, al confine del confine del mio cuore. Il re è un bambino, un vecchio bambino terrorizzato dalle sue paure e voi, potenti maghi, venerabile consiglio dispensatore di fortezza e perseveranza non avete esitato a far aprire il mio guscio, a far espandere la mia volontà oltre quello che avrei immaginato. Il re è un bambino impaurito, un bambino ribelle, un ragazzino trincerato nella sua costanza, difeso nella perfezione, ancorato ad evanescienti certezze, certo di non poter durare a lungo. Venerabile consiglio di maghi , hai riscoperto la magia che dimora anche in me. Sono luoghi magici questi, anche al confine del più lontano confine. Ergon, la città salda, che non teme il lago, impetuoso nel suo espandersi, costante e imperterrito. Non teme l'eterna alba, la natura prorompente, i re bambini. Non teme l'irrequietezza di un bambino impaurito.
sabato 23 gennaio 2010
Finestre
Come finestre, piccole finestre, ognuno di noi mostra a chi vuol guardare l'universo che conteniamo e che ci contiene. Come piccole finestre, sul mare.
giovedì 21 gennaio 2010
venerdì 15 gennaio 2010
IL castello sul lago: ricordi
giovedì 14 gennaio 2010
Il viaggio comincia
"Nessun disaccordo, nessuna guerra. Il re dell'ordine e della quiete è dimentico della bellezza e della felicità. Ciò che è stato non sarà più e ciò che sarà è ancora soltanto nei nostri pensieri. Eppure dai tuoi desideri nasce la tua capacità e potenza di appropriarti di tutto quello che di più prezioso volteggia per queste due terre. Sarai il nuovo delfino."
Ho trovato il migrante deciso e distratto nelle sue parole. Mi conosce, mi chiama per nome, il mio vecchio nome. Conosce il presente ma non disdegna di agganciarlo al passato profanando un tabù che la mia mente ha accuratamente issato. Conosco qualcosa adesso che avevo straordinariamente dimenticato. Il viaggio comincia. 
martedì 12 gennaio 2010
Una musica nel bosco
domenica 10 gennaio 2010
Ospitalità
E' un uomo piccolo, piccolo in tutto; ed anche la sua casa lo è. Mi chiedo se sia possibile che nella troppa solitudine un uomo possa trasformare le sue fantasie in ricordi e poi raccontarli come fossero stati vita vissuta. Ma credo che in fonod, stesse soltanto parlando con sé stesso.
giovedì 7 gennaio 2010
Una terra deserta
Lungo il tragitto
martedì 5 gennaio 2010
Domande
Non posso tornare da dove sono venuto, non si può tornare indietro dove non esiste neanche un andare avanti. La mia arroganza poi...mi chiedo se davvero abbia conosciuto me...ma in fondo sono arrogante e molteplice, questo lo sono sempre stato. E' difficile descriversi, perchè siamo tutto quello che adesso crediamo di essere e un attimo dopo possiamo apparirci tutto il contario. Credo sia impossibile fissare un'icona di noi stessi, impossibile perchè troppo sfuggente, volubile, multipla e molteplice. Tendo a classificare anche me stesso, a dire 'come sono', ma a malincuore, appena l'ho fatto, constato che è vero anche il contrario. Sono di natura triste? Si, eppure anche allegra, e malinconica e risoluta e arrendevole, e molto altro. Non ho una natura chiaramente identificabile e questo è un bene. Il re non può essere così sicuro nel definirmi. Non possiamo esserlo forse mai nel farlo con chiunque. Il re deve avere con me qualcosa in sospeso che non è stato chiarito. E' così che le persone finiscono per non sopportarsi.
Regis terrae: re e regalità
Incomprensioni
domenica 3 gennaio 2010
Il rifiuto
Percy: "Il re non ti riceverà, non vuole vederti. Ricorda il tuo antico nome. Ogni strada è sorvegliata. Sa chi sei, e ricorda come ergesti alte mura a difesa di qualcosa sottratto a lui. Mi dice di dirti di tornare da dove sei venuto."
Ettin: "Non posso tornare indietro, l’isola adesso è sommersa."
Percy: "Anche quella era sua. Qualcuno a valle ha costruito una diga. L’ha fatto per rallentare il corso del grande fiume e ingenuamente non ha creato altro che un immenso lago a sommergere il tuo rifugio." Ettin: "Il re sa chi è stato?"
Percy: "Lui non vuole vederti, non si fida di te. Conosce la tua arroganza, la tua molteplice forma, la tua insidiosa natura. Cambiare nome non significa mutare d’animo. Va a valle, cerca chi ti ha fatto questo e insieme uscite dalle terre del regno. Lui non ti riceverà."
sabato 2 gennaio 2010
Le parole del re
Sull'isola
Quando il grande fiume la seppellì lentamente, quando le solide fondamenta di roccia si fecero prima argilla ed infina sabbia, fui costretto a nuotare oltre ogni mia capacità e oltre ogni mia aspettativa. Sono stato quello che volevo, e questa è la speranza che dò al mondo; sarò quello che vorrò, a fondamento e nutrimento della stessa speranza. La fortuna e il destino non sono che inganni di una debole volontà di vivere alla ragione, che li accoglie come veri, unici, unicamente possibili. L'unicità sta solo nella volontà e nel cambiamento di ogni cosa. Questo, M., mi ha insegnato sull'isola di F. Questo, adesso che tutto è sprofondato nello scorrere delle acque, porto nelle terre del re.
venerdì 1 gennaio 2010
Passaggio
E' soltanto un passaggio, soltanto un sentiero nella notte, soltanto una oscura metafora della vita. Credevamo di esserci persi, credevamo che le terre, l'antico regno si fosse estinto, consumato, sgretolato sotto il peso delle cose, eppure un passaggio ne mostra l'ingresso, ne mostra l'orizzonte, ne apre la speranza. Siamo stati quello che abbiamo voluto; siamo stati quello che non potevamo sapere, siamo stati e ancora siamo; adesso non possiamo conoscere il nostro futuro e poco anche il presente scorrerre degli eventi. Il sentiro conduce alle terre del re, perchè nulla è impossibile a lui. Ho dato retta a te bella P., ho dato retta a te e poi ti ho perso e ti ho ritrovato e ti ho perso di nuovo. Ho dato ragione alla tua intelligenza, alla tua capacità di agire e di comprendere la natura beffarda del mondo. Ti ho perduta per sempre e per sempre ti condurrò con me.
domenica 15 marzo 2009
"Gobba a levante luna calante; gobba a ponente luna crescente"
Solo gli sciocchi credono che quello che non trovano più sia scomparso.
Solo gli sciocchi credono che quello che non trovano più sia scomparso.
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