...due sono state e sono tornate le terre, due furono e sono di nuovo gli antichi regni ed uno è rimasto, da sempre, il confine del presente...

mercoledì 31 marzo 2010

Al diavolo

..forse non troverò mai quel maledetto castello, e non parlerò più con M., e vedrò sprofondare ancora una volta la mia isola...e forse l'aquila bianca non si presenterà più ai miei occhi, ma nessuno, nessuno potrà mai togliermi il piacere di aver vissuto quello che è stato e quello che è venuto dopo. Seduto nella piazza principale di Flauris mi godo il rispetto e l'ammirazione per colui che l'ha fondata, mi godo la serenità del condottiero a riposo. Al diavolo tutto il resto (mi sia concessa questa scivolata di stile).

martedì 30 marzo 2010

Splendor Mundi: la città capitale di Flauris



Esiste un'aurea proporzione anche per tutto cò che si dovrebbe fare e ciò che si vuole fare. Vorrei volentieri lasciare il primo gruppo ad altri, ma il re sono io e non mi è assolutamente concesso. La città è in festa, è nata e cresce come una festa. La primavera esplode ovunque ed io mi aggiro euforico ed entusista per le viuzze a cercare di imparare e conoscere quante più cose possano mettermi in contatto con una parte di mondo lontana dalla mia quitidianità. E' strano fare cose che non si sono mai prese in considerazione, ed è bello buttarsi nelle novità. Sono il factotum del Regno, e mi diverto, anche se il pensiero dell'aquila bianca è sempre con me. Voglio erigere alte mura, con nove grandi torri, proprio come la religione di un tempo voleva. Eppure stavolta saranno dieci, perchè in più c'è quella centrale, quella che Attentio, instancabilmente porta sempre più in alto. Dieci torri, dieci diademi sacri. Flauris è in festa, la sua popolazione aumenta, la sua potenza cersce ogni giorno. Il Consiglio Sacro di Ergon veglia sul mio operato, mi sostiene, mi guida. Presto qualcosa risorgerà.




"Quando fu intenzione del Santo, che Benedetto Egli sia, di conferire gloria alla propria gloria, nel suo pensiero sorse la volontà di diffondersi. Il Santo produsse dieci corone, diademi sacri, in alto, con le quali Egli si incorona e siveste. Egli è in esse ed esse sono i lui; come la fiamma è unita al tizzone, così là non esiste separazione" Dal libro dello Zohar

lunedì 29 marzo 2010

Numeri magici, magiche terre

Attentio mi mostrava delle conoscenze formidabili. La torre che io gli ho commissionato e che adesso sorge al centro della città capitale Flauris rispetta determinate dimensioni, determinati criteri matematici. Non sono mai stato attratto particolarmente dalla matematica ma se c'è del misterioso allora tutto cambia. mi ha parlato di una 'proporzione divina', la sezione aurea. Sapevo della sua esistenza ma quello che non avevo mai notato è la sua correlazione con i numeri di Fibonacci (1,1,2,3,5,8,11...). Presi a coppie adiacenti e messi in frazione l'approssimazione costante al numero phi è impressionante. Attentio non solo ha costruito la torre rispettando la sequenza di Fibonacci, ma l'ha fatto consapevole che l'approssimazione sempre maggiore ad un numero puro e adimensionale avrebbe esaltato la mia mente e la mia fantasia, e così è stato. Magnifico Attentio, lo nominerò reggente ad vitam della nuova capitale, quando mi deciderò a partire per il nord. Intanto mi crogiolo in queste riflessioni, dando un'occhiata ad Ovest, e rifletto sul bello, sul vero, e sul giusto...il capomastro ha parlato anche di queste tre qualità. Studio per diventare un re migliore e riscopro improvvisamente il valore di tre 'cose' che credevo appartenute soltanto al rinascimento e ad una religione sciocca e superata. Eppure non è così. Magica la vita, magiche le terre del re.

L'aquila bianca e il castello sul lago



Quello che non avrei mai crdeuto è successo. L'ho rivista. Ha volteggiato ancora una volta sopra di me, ad altezze impensabili e poi si è diretta a nord, proprio dove avevo pensato di dirigermi anch'io. Si è trasformata, è cambiata, porta i segni di battaglie perse ed è tornata forse per riposarsi fra le mie braccia. Forse mi sta cercando e i boschi di Pietra le hanno impedito di vedermi. Ha superato Flauris dopo aver volteggiato sulla splendida torre che Attenzio ha ainnalzato fino al cielo. Ricordo la sua fuga dal regno, ricordo le stagioni che si susseguirono veocemente, come un anno in un attimo, e ricordo la decisione persa ferttolosamente nella notatta precedente. Ricordo che decidemmo così per il suo bene, per il mio bene e per le terre del re. Ricordo la sua dipartita accompagnata da immensi stormi, storditi dall'improvvisa fine della lunga primavera. Ha sofferto, è scappata ad Ovest nelle terre di morti e non si è più ripresa. E' un'aquila bianca adesso, una splendida aquila che nel cielo riempito di nuvole scompare, come vapore...e che cosa altro sono le nuvole? Sono propio felice di averla rivista, mi condurrà al castello sul lago, mi condurrà a cose che non voglio perdere o dimenticare, sempre che riesca a starle dietro; corre e sfugge velocemente. Ho parlato con Percy a Ergon, non sa nulla del lago ma sicuramente è a Nord, nella zona dei grandi laghi. Eppure non lo ricordo molto grande ma contenuto, modesto, mite e profondo. Sono passato da Flauris e per addesso mi fermo qui. Attenzio dice che il popolo chiede del suo re e non posso esimermi dal presentami loro come tale. Le stirpi per adesso vivono in pace. Sono notevolmente aumentate di numero e la torre è uno splendido monumento alla pace e alla serenità. E' una capitale splendida, degna del re che sento di essere. Mi manca M., l'aquila bianca, P., Ergon, il castello, il lago e tutto quello che vorrei concentrare nelle mie mani e rivedere ogni volta che voglio. Ma la vita è anche saper aspettare, saper rimandare, saper attendere.

venerdì 26 marzo 2010

Correte!

[...] Si smaglia la tela (il tempo)
si srotola la torah (il tempio)
per sgualcirsi, sacrilego
(maldestro) malfattore.
Sono il cane e il cacciatore
(correte!), come un tempo
il cane, la volpe e il cacciatore
furono me (correte!). Nel
riflesso intermittente (o continuo)
del lago vedo me, me e me (e il mago).
Scorgo nuovi presagi di follia (magia
del lago
); nuove paure sotto il filo (del lago).[...]

(Tratto da 'Confuso' poesia inedita)

mercoledì 24 marzo 2010

In mezzo il Grande Fiume

Da un lato la calma intollerante, dall'altro la fretta paziente. In mezzo il Grande Fiume.

martedì 23 marzo 2010

Da "Invictus" di William Ernest Henley

Non importa quanto sia stretta la porta,
quanto piena di castighi la vita
Io sono il padrone del mio destino.
Io sono il capitano della mia anima.

Magnifica Ergon, povero Re.

Un giorno ancora, avrei voluto un giorno in più. Eppure provo resistenza a tornare nelle terre che io stesso ho ingrandito e curato e mantenuto. Flauris reclama il suo Re; tutto il regno, diviso e unito brama la mia presenza, eppure volentieri sarei voluto rimanere ad Ergon. Il Consiglio dei Re mi ha enormemente confuso stavolta. Ci sono cose che mi sfuggivano, dinamiche inattese e altro di cui non credevo l'esistenza. Sono impaurito, confuso e senza energie. Tutte le mie forze le ho impiegate ed Ergon, la città santa, fortezza della mia mente, ma pur sempre città fuori dalle terre del regno. Da lontano osservo le mura e navigo, naufrago, un mare pietrificato, incredulo che tutto possa tornare come l'ho lasciato. Nevica anche sulla strada di ritorno. Il Lapis Lapsus diventa pesante, insopportabile da condurre ancora; e non ho le energie per tornare al popolo di Aur, sulle montagne, per cercare di incontrare M.. Qualcuno mi trova cambiato, e le terre stanno seguendo le mie lente primavere e i miei freddi inverni. Qualcuno cerca di far breccia nelle mie deboli difese ed è per questo che ho deciso, straordinariamente di tornare al castello sul lago, il castello del Grande Mago, il castello che un tempo è stata la mia dimora. Un suicidio, una pessima idea, M. non ne sarebbe felice. Eppure troppe cose non sono ancora state risolte, chiuse, estinte. Ho toccato un me che non sentivo da tempo; ho scoperto cose che credevo perdute, energie dimenticate o accantonate. Sono un povero re confuso, un povero re. Magnifica Ergon. La luna, torna a calare. Ci rivedremo al suo prossimo ritorno. Magnifica Ergon.


"Il Re capirà che riflettersi nello specchio non è soltanto sorridere o cantare alla vita." Arkejon cap XXIV.

venerdì 19 marzo 2010

Il popolo di Aur


Fra le montagne, dove finiscono i verdi bosci e cominciano le nevi perenni, le stesse che inondano adesso tutto il regno, mi ha condotto un uomo, un abitante di Aurima. Il popolo di Aur ha fondato la città poco dopo che Magèia, la dimora dei Grandi Maghi, si è eclissata ai loro occhi. Dipendevano da loro, dai maghi, perchè sono un popolo nato per creare. Forse per paura, per fragilità, oppure per una naturale innata voglia di solitudine, si sono ritirati laddove i Sacerdoti non hanno mai potuto trovarli, e neanche sapere della loro esistenza. Il bosco li ha protetti, la neve ha gelato l'aria rendendola irrespirabile, per chi non era benvenuto. il Grande Fiume ha trascinato con forza lontano chi non doveva arrivare a loro. Ed ora, ora che qualcuno mi ha condotto qui, non posso fare a meno di notare la loro bellezza, la loro purezza, la loro immensa creatività. Non amano troppo parlare, non amano narrare della loro storia, delle loro 'cose' misteriose, eredità di un passato denso di vicende, di eventi magici e mistici. Non mi dicono nulla della loro religione anche se sanno misteriosamente chi sono. Mi riconoscono, mi portano il rispetto che si deve ad un re ma non per questo si prostrano, o si sottopongono. Non lo vorrei e non voglio farlo, non ce n'è bisgono, non ce n'è necessità. Sono disabituati al potere regnante, disillusi e scostanti dell'autorità. Li lascio così e mi stupisco che neanche l'Arkejon ne parli. Sono assenti da ogni memoria eppure loro ricordano tutto, tutto. Nascondono molte cose, cose che hanno appreso in un passato lontano e conoscono qualità della materia e della natura che li circonda che io non saprei neanche distinguere. Mi accolgono pacificamente e silenziosamente: hanno qualcosa da dirmi. In cerchio, alle pendici innevate delle alte vette, a ridosso di rocce vecchie quanto il mondo, mi rivelano della presenza di M.. Sono abbagliato, stupito, esterrefatto. Sanno dov'è! è passato di lì, dopo la mia fuga dall'Isola, da loro. E presso di loro ha dimorato, per tornare ad Ovest. Eppure domani dovrò essere ad Ergon, non posso cambiare strada. Anzi sono già in ritardo, non ce la farò...scopro allora che un misso, ogni giorno visita Ergon, da sempre e da sempre si informa e si aggiorna sulle condizioni del regno rimasto irrimediabilmente diviso nelle due terre entrambe fuori dalla loro mportata. Ergon ed il popolo di Aur, e infine M.. Ergon, mi dicono essere molto più vicina di quanto io creda, vicinissima. C'è una strada nella vallata, segnata da uno steccato, più breve per raggiungerla anzichè navigare il Grande Fiume. Questo mi hanno rivelato. Cantano e suonano strane canzoni, meravigliose; costruiscono strane case, in materiali mai visti e dalle proprietà misteriose; dimore in movimento statico, in equilibrio dinamico, in antinomica forma. Meraviglia del Regno, meraviglia della natura.
Riprendo per Ergon scortato da uno di loro, uno che non mi ha rivelato neanche il suo nome. Rivelare il nome è rivelare l'essenza. Silenti, oscuri viaggiamo veloci. Tornerò a Aurima appena portò. Devo trovare M., devo raccontargli tutto quello che è successo. Intanto nevica.

giovedì 18 marzo 2010

Le alte vette innevate

Immediatamente, istantaneamente, la mia mente ha voluto vederle, ha voluto riprodurle, ha voluto arrivare dove non si sente freddo. E prima di Ergon, che dista due giorni di viaggio ancora, per la nuova Luna, prima di Ergon le splendide vette sono emerse maestose. Follie del Re, di chi in sè produce e riproduce ciò che desidera. Follie di chi sovverte le regole, libero da schemi tragici o comici, libero da strategie mentali, da credi futili o irriverenti dogmi verso la presunta libertà umana. I miei pensieri sono stati rapiti dall'immagine iperbolica e utopica di una comunione celeste dogmatica impossibile e polivalente...eppure sarebbe sciocco pensare che la nostra ragione sia valida ovunque, anche sulle alte vette.

Streghe e nebbie

Stavolta non mi sono chiuso in me stesso, non mi sono escluso ma ho atteso. Il fiume scorre, lento, inesorabile e un giorno vedrò la foce, a nord. Per il momento mi sono accontentato di rimanere ad osservare, partecipe, il rumore delle streghe e i tentativi di dirottamento delle nebbie. La mia barca ha continuato indisturbata la sua traversata, e questo mi rende fiero e leggero, un po’ di più. Sono leggero, una piuma e questo devono averlo intuito…questi giorni sono stati terribili, ho scoperto verità su P., che non avrei voluto vedere. Trovata, perduta, ritrovata e persa di nuovo: adesso credo davvero fosse tutta una finzione. E’ terribile scoprire di essere stati ingannati, ma è bello far forza sulle proprie capacità cognitive elementari. Adesso so di essere stato imbrogliato, e lo sapevo allora, eppure, senza usare nulla della mia mente, ho accettato l’imbroglio come vero. Lo facciamo spesso, lo facciamo tutti, ma difficilmente ci smascheriamo da soli. P., eri e rimani un sogno che scivola adesso inesorabilmente nell’oblio dei ricordi persi. Eri e rimani qualcosa che sfortunatamente non ho mai afferrato, compreso appieno, saputo legare ad altro. Ti leghi ad altro, ti leghi ad un profondo più fondo che adesso non ho il coraggio e la forza di osservare. Ti leghi a me, a quello che sono stato, alla creatura che sei diventata nei miei pensieri. A presto, troverò il modo per rincontrarti nelle tue mutevoli forme.

Sulla strada di Ergon

Le paludi di Milmia non mi hanno risparmiato neanche stavolta, ma sono stato più pronto a superare le insidie che mi hanno proposto. Ho riflettuto molto in questi giorni, e ora che ne mancano soltanto altri tre prima che la nuova luna sorga su Ergon ho tratto le mie conclusioni. Diverse streghe hanno turbato le mie giornate, diverse nebbie hanno accluso il mio sguardo ma infine, nel silenzio e nella riflessione interiore, ho saputo superare tutto. Sono grosse conquiste per una persona come me, abituata ad affrontare tutto di petto, tutto con la sagacia del predatore e del cacciatore. Sono decisamente la persona più strana che io abbia mai conosciuto.

martedì 16 marzo 2010

Cosmogonia: la religione e le Due Terre

La religione è rarefatta, diffusa e limitata a pochi arcaici, residui riti. Il Grande Mago ha voluto con tutte le sue energie estirpare definitivamente il culto dell'enneade sacra di Tindòra per riportare la purezza originaria dei suoi predecessori, antenati e padri; e lentamente, con fatica, con scalpore ce l'ha fatta. Le stagioni, le pioggie, i soli roventi l'hanno cancellata, l'hanno dissolta come neve, come una pesantezza che non preoccupa più, come rocce sgretolare da eccessive escursioni termiche e da forti venti carichi di sabbia. Quando le prime genti si stabilirono lungo il grande fiume, ebbero l'intuizione della divisione contenuta in un'unica terra, eppure vollero mantenerla integra e pura. Appresero velocemente la capacità di amare, di volere, e infine compresero che molto di quello che incontravano con la loro mente poteva essere conosciuto. Divvennero maghi, Grandi Maghi e la fondazione di Magèia fu qualcosa di spontaneo. Attentio, il capomastro di Flauris, sostiene che era da quei lontanissimi giorni che non si costruiva qualcosa di così grande come la torre che ho voluto per la mia città. La religione venne molto tempo dopo. I Maghi non abbracciarono nulla di più di quello che potevano percepire e ascoltare in ciò che li circondava, ma l'arrivo dei Sacerdoti cambiò molte cose. Furono loro a desiderare l'ordine e la regola, e loro introdussero l'Enneade Sacra come fondante del nuovo credo. L'uomo aveva bisogno di essere amato come lui amava, ma in modo ineguagliabile; aveva necessità di essere guidato da una volontà più grande e inimmaginabile. Aveva bisogno di sapere che qualcuno può conoscere tutto, laddove lui a tutto non può arrivare. E il cielo si riempì di angeli, di spiriti e di demoni. E la terra si popolò di chiaroveggenti, di sensitivi e di tutti coloro che con queste entità potevano entrare in comunione. E il cielo divenne nero, nero come l'universo più remoto e profondo, e nessuno si accorse di quello che stava succedendo. Non si può osservare quello che non ha paragone, quello che non ha confronto per farsi notare; non si può osservare qualcosa di diverso se si ha soltanto una sola visione. E tutto rimase così fino a che la terra indivisa subì pesantemente il peso delle proprie contraddizioni. E le contraddizioni generarono il disequilibrio e la disarmonia dinamica; e tutto questo condusse alla fine di coloro che per primi non avrebbero voluto quello che accadde. Le stagioni tornarono a susseguirsi, il culto si affievolì, le credenze si annacquarono e rimasero riti, formule quasi magiche, messe da scoltare ripetutamente e, come cantilene, da ricantare all'infinito. E il credo, il vero autentico credo di Tindòra tornò da dove i suoi inventori l'avevano tirato fuori: il nulla.
"Dove prima era il nulla oggi siede coluiche regna" Arkejon, cap. XXIII.
Il Grande Mago proseguì nell'opera di estirpazione, ed oggi non rimangono che poche tracce, brandelli di qualcosa di assurdo, da cercare di ricomporre, per il semplice gusto di guardare di nuovo gli errori fatti, e in questo modo scongiurare il pericolo di commetterli di nuovo. Sono curioso, perchè in universi paralleli le cose sono andate davvero diversamente. In altre galassie gli angeli ancora girano per le stanze abitate da esseri umani, parlano e rivelano la loro lingua e la loro religione. Sono curioso: che religione professano gli angeli?

domenica 14 marzo 2010

Tertium datur

Sì, devo trovare la terza possibilità, quella che non è semplicemente la sintesi fra due opposte tesi, quella che in una terra divisa in due nette metà sembra non dover esistere, quella che ovvia al bianco e al nero, alla destra e alla sinistra, all'est e all'ovest. La terza via, contraria a quello che gli antichi credevano. Devo trovare la terza via che mi faccia uscire da questa empasse, che non sia la tesi primaria e neanche il suo opposto...Flauris cresce prepotente e la torre supera oramai già le nuvole. Eppure è necessario che abbandoni i lavoro al Capomastro Attentio, mancano sette giorni, sette giorni appena sufficienti per tornare ad Ergon percorrendo velocemente prima il grande fiume, poi le paludi di Milmia. Sette giorni per riflettere sulla terza via, per impadronirmi della nuova città, per lasciare Tindòra alle spalle, per ascoltare le statue parlanti; per leggere fra le righe l'Arkejon, ancora. Mi mancano molte cose, molte che ho lasciato andare senza fermarmi su di esse il tempo necessario per viverele pienamente. Mi mancano alcuni che non sono qui, che non sono mai entrati nelle terre del Re, che ho tenuto accuratamente fuori ma che avrei voluto a corte, nella sala delle feste, nelle stanze del tè e della musica. Mi mancano luoghi che non esistono più, situazioni che non possono più essere e mi manca qualcosa che apparteneva alla mia persona e che ho perso definitivamente. La tristezza stasera gela l'aria e cristallizza le foglie. la tristezza avvolge di blu ogni immagine mentale e rende tutto notturno e a tratti spettrale. C'è qualcosa nel mio passato che lega me alla mia tristezza, che avvolge parte dei miei pensieri all'angoscia lieve della morte. C'è qualcosa forse in ognuno di noi che ci richiama alle profondità del lago, lo stesso dove ho potuto ascoltare me stesso, lo stesso che il grande Mago poteva ammirare intorno al propio castello. Porto ad Ergon una montagna di pensieri evitando di crearmi troppe spettative. Non mi sono mai fatto troppe aspettative proprio per evitare le delusioni...eppure bramo di avvolgerli delle mie terre, loro, i re di altri universi belli, splendidi e paralleli a questo. Guardo già l'altra sponda del fiume, quella ad Ovest, quella inviolabile, impercorribile, dove anche gli antichi osavano deporre solanto i loro morti...e stasera la morte si aggira nell'aria, benevola e terrificante, magica e evanescente, e mi indica l'Ovest, la terra dove un giorno tutti abiteremo. Piango e sorrido e poi piango di nuovo. "Attentio, prenditi cura della mia città, io ho impegni più importanti." A presto Ergon.

giovedì 11 marzo 2010

Le sei stirpi del mondo umano

"Le sei grandi stirpi accorrernno, come in ogni altro luogo della terra. Saranno quella di Ercole, finchè non finirà qualcosa; quella di Damocle dopo che qualcos'altro sarà successo; quella di Tantalo, e quella di Aracne, opposte nei loro mai e sempre; quella di Sisifo le seguirà nel quasi incerto, e Filemone e Bauci infine giungeranno lasciando aperta l'uscita."

Arkejon cap. XXII

mercoledì 10 marzo 2010

La fondazione di Flauris

Qui, proprio qui, poco a nord del lago Fato, non lontano dell'antica Tindòra, ho deciso di fondare la nuova città di Flauris. Ergerò una torre, alta fino al cielo e conoscerò la lingua degli angeli perchè mi aiutino nel costruirla. Sì, le ventidue lettere non avranno segreti, e coloro che ce l'hanno trasmesse non mi negheranno la conoscenza. Non ci sarà dio a confondere lingue già troppo confuse, non ci sarà maledizione per un uomo già maledetto, non ci sarà inferno per chi non ha più voglia di crederci. Una torre per dominare il mondo, il proprio mondo; una torre come vedetta, una torre alta, superba, magnifica. Una torre ed una nuova città: Flauris.
"E si compirà ciò che l'uomo non ebbe modo di terminare perché l'oscura presenza del suo dio gli sottrasse l'innegabile desiderio di successo e felicità" Arkejon cap. XXII

Nostalgia di Ergon

Presto tornerò a Ergon. Avrò molte cose da raccontare a loro.

L'Officina del Presente nel lago Fato

Dove il lago si impaluda, dove l'argine stracolmi di spine e pruni impedisce ai miei passi di andare oltre, ho trovato una passerella, per l'Officina del Presente. Gli abitanti del luogo me l'avevano detto, mi avevano avvisato: nessuno ha mai visto le altre dodici, nessuno, soltanto udite, chi una chi l'altra, chi alcune insieme. Ognuno ne sente almeno una, ognuno sa della loro esistenza, anche inconsapevolmente. L'ho percorsa velocemente, con paura e tremore, con ansia, con fretta. E già qualcosa si muoveva nell'aria. Poi una barca, fredda, vecchia. Ho remato, ho pensato e mi sono ricordato del mio castello, del ponte che introduceva le alte possenti mura, del lago, del mio nome. Non è il mio nome, questo, no davvero. M. me lo ha dato, sull'isola di F. pensando che fosse appropriato, traendolo da qualcosa che entrambi conoscevamo bene. Cambiare nome per ricominciare, cambiare per tornare e ripartire; cambiare per non dimenticare, anche se fino ad adesso l'ho fatto. E ho remato pensando al mio nome come ad un mistero da non rivelare, come a qualcosa di sacro; e ho remato ricordando le innumerevoli stanze del castello, i suoi torrioni, le sue crepe, la biblioteca, i miei libri, la sala del tè, il salone delle arti e della musica. Ho ripensato a parte di quello che è stato e ho deciso definitivamente di abbandonarlo alle mie spalle. E proprio allora ha visto l'Officina del Presente. Non è una vera palafitta, è una struttura più solida, parte in cemento, parte in legno. Sceso dalla barca poi, sono rimasto in silenzio e ho perso l'orizzonte del lago. Ho pensato, ho immaginato, in silenzio e alcune statue hanno cantato. Dodici, come i mesi dell'anno, come i segni dello zodiaco, come la perfezione terrestre moltiplicata per qualla celeste. Dodici a convincerci che qualcuno non deve essere se stesso, qualcun'altro non deve esistere, oppure non deve essere un bambino, o al contrario non deve crescere; qualcun'altro ancora non deve riuscire, o non deve essere importante, o ancor peggio non deve far parte di nulla, o non entrare in intimità; altri non devono star bene, o non devono pensare, o non sentire; e infine, forse la peggiore, qualcuno è intimato a non fare assolutamente nulla. Dodici terribili musiche che in parte ho sentito e ascoltato, mentre alcune delle altre cinque statue mi ricordavano altro, mi intimavano e mi convincevano ad altro. Ho scoperto me stesso, perchè io solatnto ho udito quella con-fusione di suoni, io soltanto in quel modo, io solanto in quel momento, nella mia officina del mio presente. Poi mi sono addormentato. Sono le mie terre, sono le terre del re.

martedì 9 marzo 2010

Il lago Fato e le cinque statue

Per giorni i miei occhi hanno affondato il loro sguardo nel profondo lago Fato. Ghiacciato lungo la riva, mosso dai forti venti del nord nel centro, il lago Fato ad Ovest di Tindòra, mi ricorda la fuga da qualcosa che non volevo più, e mi ha ricordato comportamenti che fanno parte del mio destino, che torno a ripetere e che non vorrei compiere più, perchè spesso inutili e controproducenti. Il lago Fato mi ricorda il passato. Ci sono cinque statue lungo il lago a nord est. Cinque enormi statue che cantano al passare del vento. Sono come corde che vibrano, sono misteriore creature viventi ed immobili. Ricordano qualcosa di primordiale e fanno trasalire alle loro musiche. Cantano raramenmte tutte insieme, generalmente ad una ad una, in base alla direzione del vento. Ricordano la perfezione, la fortezza, la necessità di sbrigarsi, la voglia di piacere e l'esigenza di sforzarsi. E il lago fa perdere il i miei pensieri in quello che è stato, in quello che non ho potuto fermare. La battaglia che un tempo mi portò all'isola di F. non passò da qui, non lo toccò, e forse se M. avesse preso in considerazione questa strada, forse le cose sarebbero andate diversamente. Gli abitanti del luogo chiamano questa statue Fattori. Ogni uomo, a detta di loro, sentirebbe il canto di uno coprire quello degli altri, lo udirebbe più forte, più prepotente. Si racconta di altre dodici statue, più terribili forse, sull'altra sponda del lago. Non posso raggiungerla con la mia vista adesso, ma voglio andarci, voglio vedere e sentire con i miei occhi. Un anziano mi ha consigliato di prendere una barca, a remi, e di attraversare l'immenso specchio d'acqua. Ho paura all'idea, è oscuro, man mano che ci si addentra, buio come l'universo senza stelle. Mi ha raccontato di una strana costruzione al suo centro, l'Officina del Presente. Mi ha detto che attraccando all'Officina e rimamendo in silenzio si può capire molte cose di se stessi. Prima raggiungerò le altre dodici, le vedrò, poi deciderò.

sabato 6 marzo 2010

Un incontro importante: la maga di Endor

"Com'é strana la vita! Le coincidenze! Io mi sono sempre chiamata Tessitrice di sogni. Magari nel tuo pellegrinare, ci siamo già incontrati, e nei tuoi sogni confrontati. Tu sacerdote, io Maga...o io Sacerdotessa e tu Mago. Nel mio Regno il tempo é sospeso tra il crepuscolo e la notte, quando le tinte dei Cieli assumono i colori dei cristalli, e puoi leggervi dentro la memoria akasha. Tutto si rivela e parla, come musica che emana vibrazioni e colori; e osservi come in un caleidoscopio auree luccicanti danzare nell'etere, e mi sento Regina e Dea insieme..." Maga Di Endor
Tu sei una tessitrice di sogni, tu sei una sacerdotessa. Il tuo regalo è gradito come la tua energia per queste terre. Il mio viaggio è lungo ed avere persone amiche intorno non può che portarmi ancora più lontano. Grazie Maga.

giovedì 4 marzo 2010

Il Grande Mago: quarto mistero

Sobbalzo; mi accorgo che qualcosa non torna, come è potuto succedere che fino ad adesso non me ne sia accorto? Se Ergon è stata fondata alla fine dell'era dei Sacerdoti, se davvero le sue fondamenta risalgono a quel tempo, allora nasce e cresce durante il regno del Grande Mago, tornato a far rifiorire l'antica dinastia scomparsa...possibile? pensavo che lui non avesse conusciuto la città santa, anzi ne sono certo. Lui non l'ha vista, non l'ha mai vista...eppure lei ha visto lui.. qualcuno lo conosce troppo bene per negare di averlo mai visto; si parla di lui ad Ergon si raccontano le sue magie, i suoi artifici; tutto il Regno delle due terre ne parla con nostalgia, con paura e ammirazione mista a terrore e tristezza...e lui? perchè non conosceva Ergon? davvero il suo castello sul lago era così distante dal confine? davvero i suoi occhi e la sua mente ignoravano la città fortunata, la città santa? Credo di sì, credo non avesse abbastanza forza per guardare oltre il suo lago, oltre le finestre incorniciate, oltre i suoi libri pesanti e rilegati in oro; oltre i suoi collaboratori. Vedeva un grande regno eppure non ne conosceva il confine più bello. Desiderava grandi cose eppure non concepiva una strada migliore come quella di Ergon. Rimane avvolto nel suo mantello nella nebbia; rimane sfuggente, imprendibile, etereo; è stato orgoglioso, fiero, magico e imperante; è stato umile, devoto e caparbio; irrispettoso, arrogante, duplice e molteplice; è stato qualcuno che è riuscito a superarsi, verso un nuovo orizzonte di sé. Infine si è dissolto nello stesso identico modo in cui è comparso. Un mercante di sogni.

La fondazione di Ergon: strane storie


Ho incontrato qualcuno del luogo. Mi ha svegliato ha voluto parlare con me. E' sorprendente come il mio sonno talvolta mi privi delle cose più belle. E' sorprendente come il maggior nemico di me stesso sia soltanto e solo io...A Tindòra è vivo ancora il ricordo della fine dei Sacerdoti della legge, quella legge che impediva ogni naturale bellezza, ogni magnifico spontaneo rapporto umano. E' vivo l'eco delle storie che si raccontavanpo quando Ergon fu fondata. In tasca alla legge, al confine del confine delle terre dei Sacerdoti reggenti, Ergon basò la sua potenza sulla gratuità dei rapporti e sulla necessità del rafforzo reciproco tramite il riconoscimento positivo, tramite la relazione costruttiva e rinforzante. La leggenda parla di una donna, nata sotto il segno dell'Acquario, Maia. A differenza di tutti avrebbe elargito quello che tutti negavano o misuravano, o pesavano o facevano pagare a caro prezzo. Una donna che non avrebbe avuto timore di diffondersi fra la gente e che avrebbe in questo modo fondato la splendente città libera e universale...e il regno si sarebbe spaccato di lì a poco; e i Sacerdoti, vittime delle loro stesse presunzioni, avrebbero lasciato uno strascico di equivoci e di incomprensioni che ancora oggi sono difficili da ricomporre...difficili da portare all'unità...

lunedì 1 marzo 2010

I sette sigilli

Sette sigilli. Tutto il suo regno è stato racchiuso in sette sigilli, ognuno sovrapposto all'altro e inciso nel SS del tempio di Tindòra. Il re mago non ha lasciato altro.
"Nessun sigillo è per caso. Ognuno apre, ognuno chiude, ognuno ne genera uno nuovo che attende vibrante nell'aria." Arkejon, Cap XXX

domenica 28 febbraio 2010

Tre giorni a Tindòra


Ho riposato a Tindòra tre giorni, tre lunghi giorni per rintracciare il ricordo di Magèia nelle poche memorie che di quel lontano, lungo felice e strano periodo mi rimangono. Qualcuno mi ha aiutato a farlo, qualcuno che dista da me secoli di starde percorse, ma che inaspetttamente trovo vicinissimo. Ho rivisto le fontane, le piazze, numerose, i boschi floridi attorno alla città. Ho rivisto i Maghi, portatori di profondità e di inaspettate favole. Ho ripensato ai miti che sostenevano ogni storia, alle leggende che impregnavano del loro sapore tutte le cose. Io stesso ero uno di loro, piccolo ma pur sempre uno di loro, un giovane piccolo mago; ho creato qualcosa che continua a esistere soltanto perchè questo era quello di cui avevo bisogno. I sacerdoti infine hanno dissacrato ogni cosa, hanno corrotto il corruttibile, hanno allontanato dalla vista di tutti ogni cosa bella e magica. Lo hanno fatto perchè il mondo non è la magia che i maghi e i bambini credono, non è la speranza senza limiti che ripongono in ogni cosa, e non la terribile paura davanti ad ogni ignoto che incontrano. I sacerdoti mi hanno permesso di crescere e hanno concesso alla stirpe dei maghi di eclissarsi e di rifugiarsi in un dove imprecisato, lontano dalle loro regole. A Tindòra scopro che molto di quel mondo che credvo perduto vive ancora. Forse brace ardente sotto cenere spenta, forse una vena d'oro brillante in cave di ferro e piombo, forse niente di tutto questo. Eppure riesco a ritrovare molte di quelle magie, come il grande mago rifondatore, le ritrovò quando i sacerdoti si estinsero. Fu un'era di passaggio molto confusa, come tutte le ere di passaggio, e come tutte le ere in generale, che sono sempre di passaggio fra quella che precede e quella che segue. Ogni terra è una terra di mezzo tranne le due terre che tutto hanno tranne un 'mezzo'. Il 'mezzo' sfugge, lo si rincorre ma non lo si ferma mai, non lo si paralizza mai, non lo si fissa, proprio come il presente. E fra passato e futuro, a Tindòra, mi ricordo del mio passato, un lontanissimo passato e immagino un futuro per questo regno; come un mondo 'classico' rivissuto prima in un rinascimento e adesso in un neoclassicismo...che cosa sto dicendo?...ma sì: i sacerdoti sono stati come un medioevo, una fruttosa stagione oscura, un crogiuolo di forze...a Tindòra riprendo la faroza del mio passato, dell'era dei Grandi Maghi, dei Sacerdoti, del Mago rifonadtore e infine...

venerdì 26 febbraio 2010

Il Lapis Lapsus e la storia del Regno: terzo mistero

Sospeso, nel SS, sospeso e iridescente anche se azzurro acqua. Il Lapislazzulo è di nuovo alla mia vista, fra le mie mani. Sospeso lo afferro, lo stringo, ne intuisco la musica, le parole, la storia. Di nuovo fra le mie mani, di nuovo nella mia storia. Nessuno a custodirlo, lui basta a sé stesso, lui conserva quello che nessuno oggi conosce. Il Lapis Lapsus Ex Coelis è caduto dal cielo, molto tempo fa. La leggenda narra che sia atterrato nel giardino di Magèia, la città fortezza scomparsa dei Grandi Maghi del passato. Nessuno conosce con esattezza il tempo esatto, ma sarebbero stati loro a trovarlo, a custodirlo, a scoprirne le capacità informanti e informative. E loro avrebbero creato la casta dei grandi Sacerdoti di Tindòra, perchè attraverso di esso potessero governare il regno dell'Unica Terra. Ma così non è stato, così non è andata. E i sacerdoti sono stati avidi, hanno voluto quello che non potevano: controllare l'incontrollabile, ricondurre tutto a regole perfette. E il regno si è spaccato, irrimediabilmente diviso in due, ed i Maghi sono scomparsi lasciando i Sacerdoti in un governo confuso e continuamente in conflitto. Eppure il tempo ha avuto la sua parte. La fine della casta, misteriosamente abbattuta e estinta, ha portato la pietra nelle mani di un nuovo mago, un nuovo re mago, signore, infine, delle due terre. M. consegnò a me il Lapis, dicendomi di averlo trovato nei suoi giardini ed io lo regalai al Viaggiatore prima che mi prendessi il suo nome. Oggi torna nelle mie mani, con tutta la storia del Regno, con tutta la portata funesta e benefica delle due terre. Oggi torna nelle mie mani, il lapis azzurro caduto dal cielo, il sogno di una terra unita, nelle mani del nuovo re.

giovedì 25 febbraio 2010

M., secondo mistero

Ci sono luoghi che non ci appartengono più, e un luogo non è soltanto reale. Ci sono metafore della vita che a tratti scegliamo di impastare, e altre che abbandoniamo come appartenenti a qualcosa che ci lasciamo dietro. M. è in questo e in molto di più. Ci siamo incontrati quando io ho avuto la necessità di andare e trovare qualcosa di oltre e tu, spontaneamente mi hai portato a quello che adesso sto cercando di nuovo, a Tindòra. Sei stato tu a donarmelo, a donarcelo, perchè ero con chi adesso non si vede, ma che ancora esiste, qui. Esistere è un temine generico, da riempire ognuno con i propri significati. Non basta la vita per far esistere qualcosa, non basta il pensiero, talvolta e necessario solanto il desiderio. L'albero, quello davvero non l'ho più visto e quello davvero vorrei rivedere un giorno. Mi hai condotto per la mia slavezza sull'isola di F., eppure scopro adesso che forse sarebbe stato meglio rimanere sul mio trono, sulle mie terre...o forse no, forse è stato giusto fare così. Eppure che cosa è giusto? puoi almeno tu dirmelo? hai la percezione della giustizia? di te mi sono sempre fidato, nonostante la mia resistenza a farlo con chiunque altro. Di te ho sempre lasciato che corressero le parole, poche, di te. Di te ho lasciato che scorressero le emozioni, pochissime, di te. Adesso che sei scomparso alla mia vista rinuncio al tuo nome, lo cusodisco nel cuore del cuore delle terre del re e lo porto oltre, a Tindòra.

Tindòra e il lago Fato

Nessuno, nessuno. Le nove colonne del tempio, come furono le torri della città del re rovinata, sono sole ad aspettare chi per primo, ha il coraggio di afferrare l'oggetto sacro, nel sacta sancotorum. Nove colonne come nove un tempo erano gli dei venerati nella città. E di questa soltanto fondamenta, soltanto la rovinosa fine. E' stata forte Tindòra, è stata direzionale, funzionale, utile e austera. I sacerdoti non ammettevano dissenzi, non volevano controversie, e giudicavano e svalutavano e combattevano qualunque eresia si presentasse davanti a loro. Eppure il mago, da essi stessi generato, ha fatto la loro fine.
Nove colonne, nove come l'enneade sacra, come l'imperfetto che tende alla perfezione, come l'uomo proteso al divino dieci. I sacerdoti hanno custodito qualcosa che tutti avrebbero voluto e il mago, o forse M., alla fine del suo tempo ha riposto lì, ha riconsegnato alla storia fuori dal suo tempo. Il deserto la inonda, la sommerge e il vento la riscopre, la rivela sempre. Tindòra, la sacra città decaduta dei sacerdoti, l'austera via da seguire, la dritta via da non dimenticare e che nonstante tutto, è scomparsa nelle sabbie calde dell'oblio. Oggi posso sorridere per essere stato bambino fra le sue porte, fra le sue mura di terra e fango, per aver capito in tempo che cosa mi attendeva, che cosa attendeva tutti. Oggi sorrido e torno a rubare quello che mi appartiene. Lontano il lago Fato, grazie al quale, secoli fa, mi sono salvato.

mercoledì 24 febbraio 2010

Tindora, l'antica città dei sacerdoti

Di Tindora rimane un solo tempio, un solo arido tempio nel secco deserto a nord del lago Fato. Sapevo che quello che sto cercando si trova lì, custodito forse dagli ultimi rimasti di un'antica casta. L'onda provocata dalla diga è passata e non ha risparmiato chi non doveva risparmiare. L'onda delle acque liberate ha liberato i miei pensieri e adesso scenderò a valle, nell'antico tempio, per riprendere quello che è mio da sempre.

martedì 23 febbraio 2010

La diga, il castello, l'isola

Sono voluto fuggire, sono voluto evadere da una gabbia dorata, da un inferno bellissimo, da un'isola che altro non faceva che proteggere la mia incapacità di andare oltre. E il fiume ha cominciato ad innalzarsi, a sommeregere terre emerse, a riunirsi laddove si separava. Sono stato io, sono stato io ad innalzare quella diga, sono stato io, il vecchio re. Soltanto io adesso posso abbatterla, non senza danno per tutte quelle popolazioni che col tempo si sono stanziate oltre, si sono adoperate per sfruttarla, per utilizzarla a prioprio vantaggio.


La vedo, la percepisco. Alta imponente, maestosa, orgogliosa della propria esistenza. Magnifica nella forza, inutile al normale fluire delle cose, del fiume, dei pensieri. Anche l'Arkejon racconta di barriere, ce ne sarebbero state in passato, e di molto alte. Si racconta di una vecchia dimora, di molte stanze, di un bosco tutt'intorno a proteggerla da ogni sguardo. Infine si parla della sua rovina, della sua decadenza a vantaggio di qualcosa di più libero e aperto, di un castello sul lago, il castello del mago. Lo vedo, nei miei sogni, rimasto immobile e leggero, potente e inconsistente. La diga come quel castello cadranno sotto il peso di un nuovo cielo, di una nuova luce; le crepe sulla sua superficie rivelano che la catastrofe è già cominciata. Ricordo un passato più o meno lontano, ricordo la rovina di molte cose che sono state e che non sono più. Sono bastati i miei occhi, il mio pensiero, il mio desiderio perchè tutto cambiasse, come sempre. Il fiume rientra nel suo corso, l'isola riemerge.

domenica 21 febbraio 2010

Luoghi magici

Sì, ci sono luoghi magici, luoghi visibilmente instabili alla ragione, luoghi reali, dove il res è sempre mentale e non ctonio, dove il confine fra ciò che percepiamo e quello che crediamo essere vero non esiste; luoghi inesistenti, luoghi incantati, fantastici dove il sogno è la nostra natura, perchè riconosciamo che di essi soltanto siamo fatti. Esistono luoghi, immagini, suoni, percezioni sedimentate nel profondo di qualcosa che non sembra avere fondo, che non appare nelle sue apparizioni istantanee e fulminee; esistono luoghi che sono semplicemente non luoghi, magici per questo e per molto altro. Sono stato un mago, un mistico, un monaco miscredente, un naufrago viaggiatore, un antitetico conservatore; sono stato quello che credeva nella magia del mondo, nella soprannaturalità di eventi che solo io vedevo e amavo. Oggi sono quel mondo, oggi respiro i miei ricordi, li avverto sulla pelle e divento io stesso la magia che credevo esterna; divento l'esterno e l'interno e l'occhio guarda nella direzione opposta a creare mondi metaforici, castelli e creature incredibili...ho imparato a diffidare di quello che sembra chiaro e solubile..oggi credo e vedo quello che di più incredibile e solido prima non vedevo abbastanza. Ci ritroveremo alla prossima luna, Ergon, alla prossima luna. Piango le mie fatiche che diventano gioie una volta vittoriosamente risolte...come sempre. Abbatterò la diga, l'isola sacra tornerà a mostrare le sue meraviglie. Te lo prometto.

Partenza da Ergon

"E' soltanto un passaggio, soltanto un sentiero nella notte, soltanto una oscura metafora della vita. Credevamo di esserci persi, credevamo che le terre, l'antico regno si fosse estinto, consumato, sgretolato sotto il peso delle cose, eppure un passaggio ne mostra l'ingresso, ne mostra l'orizzonte, ne apre la speranza. Siamo stati quello che abbiamo voluto; siamo stati quello che non potevamo sapere, siamo stati e ancora siamo; adesso non possiamo conoscere il nostro futuro e poco anche il presente scorrerre degli eventi. Il sentiro conduce alle terre del re, perchè nulla è impossibile a lui. "Arkejon, cap. I Ho lasciato il Consiglio con un messaggio, l'ho invitato a riflettere sull'importanza che ha raggiunto nella mia vita, sulla necessità che io navighi fino alla diga. Il sentiero è stato tracciato adesso, nessuno lo potrà più cancellare.

Ergon: la città senza potere

Nei palazzi sacri di Ergon, il Consiglio ha voluto ascoltare quello che io soltanto sono stato capace di leggere nell'Arkejon. Ha voluto capire quello che vedo della mia storia, ha voluto sentire le mie emozioni. Io stupito da tanta saggezza ho chiesto loro di raccontarmi la loro storia e quella di Ergon. Ogni re di un universo diverso si aggrega, come me, al Sacro Consiglio. Ogni re governa sulla sua terra ma ognuno è ospite nella città eterna di Ergon. Una terra intermedia fra le mie due terre, una terra senza potere, un'aura sacra, un tremendo segreto. Le mura di Ergon narrano di più; le mura spesse della storia spessa dell'uomo, non hanno voce umana ma parole divine, parole scritte nell'Arkejon che ognuno legge con i propri occhi, e con il proprio cuore. Ad Ergon si decide il presente, l'hic et nunc, il qui e adesso, l'oggi. Tutto il resto mi addentra nelle due terre, mi riporta a qualcosa che ho narrato loro e che non credevo di sapere così chiaramente raccontare.

Qualcuno ha costruito una diga a nord del Grande Fiume. Il lago che ha sommerso l'isola magica di F. ostacola il normale fluire del tempo e dello spazio nelle due terre. Dovrò andare, sono le mie terre, sono il re, il nuovo portatore del tremendo peso. Lo sono sempre stato, ma non sempre l'ho saputo alla coscienza. Ho parlato di me, ho riagganciato eventi passati, magiche manifestazioni di vita, stupori e visioni, storie e incantesimi. Ho parlato di un me dimenticato, chiuso in uno scrigno di giada, serrato da luccchetti d'ottone o dorati.
Loro hanno ascoltato e si sono meravigliati di tanta ricchezza. Si sono compiaciuti: le terre hanno trovato il loro re, neanche io l'avreri sperato, neanche io mi sarei riconosciuto. Mi fermo soltanto il tempo per riposare e rinforzare il mio orgoglio. Domani ripartirò e tenterò di capire che cosa è successo, che cosa ha spinto chi ad innalzare muri sull'acqua, ha sommergere la sacra isola. Avrei bisogno di M., e dispero di ritrovarlo, fuggo dal desiderio sconsolato di camminare con lui ancora fianco a fianco. Riposo, ad Ergon

mercoledì 17 febbraio 2010

P., il primo mistero

Diretto ad Ergon, leggero come la neve e veloce come le stelle ripenso a te. Ti porto in ogni istante di questa mia nuova esperienza, ti custodisco, ti velo di mistero. Non rivelerò il tuo nome, lo lascerò ad un'altra vita, lo celerò come l'enigma di andare e tonare dall'aldilà ogni volta. Abbiamo avuto la nostra storia, e mi manchi, mi mancano le tue parole e la tua voce. Mi manca la libertà con cui mi hai lascaito vivere, io, depredato, diseredato, defraudato, calunniato ed infine condotto in un'isola naufraga in uno strano, immenso, mitico fiume. Con M. non ho mai parlato di te, lui non mi ha mai chiesto, io non ho mai osato il rimpianto, lui non era un tipo adatto a tali comprensioni. Eppure sapeva, eppure ti conosceva. Mi ha seguito da sempre, come poteva essere altrimenti? Mi manchi, e mi manca quella tua strana inspiegabile saggezza. Sapevi che ero vittima solo e soltanto di me stesso; sapevi che non esiste uomo o essere vivente che possa nuocere a qualcuno che vuole il proprio bene. Sapevi che tribolavo per me stesso, incolpando troppo gli altri di cose che non potevano aver fatto, perchè non erano in potere di farlo. Sapevi e hai taciuto, hai parlato per metafore, hai atteso la mia sorte, che puntuale, mi ha travolto. Non succede così adesso, non adesso. Le stesse musiche, la stessa energia, la stessa forza che si attacca alla vita, supportata da Ergon. Ho troppo pesato le decisioni di altri uomini nella mia vita. Ho pensato davvero potessero incidere sul mio destino. Adesso comprendo l'importanza decisiva delle mie, la necessità di una direzione dove io soltanto sono il timoniere, dove il mondo può restare a guardare. Cara P., sei il mio primo grande mistero, e trovo traccia di te persino nell'Arkejon, il possente favoloso libro che il Consiglio degli Anziani mi ha donato.
"Bella, la stella del giorno e della notte è intramontabile sul nuovo e vecchio regno, sui due regni, sui boschi che un tempo erano contesi, sulla città santa, su quella distrutta, sulle terre del re." Capitolo XXI

venerdì 12 febbraio 2010

Arkejon, capitolo XX

"Due sono le terre, due gli antichi regni ed uno il confine del presente. Ciò che era non è più, ciò che è stato si è tramutato, è cambiato, è perduto, è rinnovato. Il nuovo e antico re confermerà il confine, rinsalderà le frontiere, conquisterà l'oltre, vincerà l'ordine. Una nuova città, una nuova era, una nuova dinastia."

giovedì 11 febbraio 2010

La fine della città del Re

E lentamente ogni palazzo, ogni casa, ogni attività della città operosa e perfetta ha cominciato a sgretolarsi, a corrompersi, a finire. Percy mi ha guardato terrorizzato eppure fiducioso. Il castello rimarrà come simbolo di ciò che è stato, di ciò che non sarà più, di ciò che è mancato a questo regno. I due regni ritrovano finalmente la loro unità divisa in Ergon, la città santa, la città che mi richiama, che mi invoca, che mi nomina. Tu, Percy, rimarrai come reggente e guardiano in queste stanze spoglie e vuote. Sei abituato alla solitudine ma la mia vicinanza sarà potente, sarà allegra, sarà furiosa e furibonda, tenace e libera. E la città si sgretola, le sua mura cadono, le sue parsimoniose genti si corrono nei boschi e si diesperdono, incredule che tutto ciò che hanno sempre saputo, non era altro che un vuoto. Tutto chiede un abbandono maggiore, chiede un'attenzione diversa, chiede quello che non ha mai avuto. Cadono i torrioni e le nove sentinelle murate si disintegrano sotto il proprio peso. Cade la città forte, la città del re bambino inesistente. Cade la proprietà di se stessi e la tenace voglia di mantenere ogni cosa sotto il proprio controllo. M. non mi aveva detto fino in fondo che cosa stavo cercando. M. mi ha lasciato andare perchè dovevo, perchè un tempo sono stato re e poi ho abdicato, ho rinunciato e adesso sono tornato. Sono stato un mago e ho imparato le sacre arti da chi prima di me le aveva apprese da altri che oggi non vivono più. Sono stato potente, sono stato padrone, sono stato libero, come adesso. Non manca molto alla nuova luna e la barca mi condurrà ad Ergon alle sacre radici della vita di tutto questo.

Nella stanza del Re

Ho seguito Percy e lui ha permesso che non perdessi le sue tracce. Non so spiegarmi come abbia fatto a salire fino al castello, magnica creatura della mia mente, immaginifico pensiero, distillato estratto di questo mondo che mi circonda. Non so come, ma lui mi ha condotto nel cuore del cuore del vecchio regno. Nessuna sentinella per me, nessuna guardia armata, soltanto saloni di spettacolare bellezza, scale e corridoi, ingressi e porte decorate. Soltanto stanze vuote. Percy ha corso, io l'ho rincorso. Percy ha lasciato che la mia vista non lo perdesse mai, è stato lui a volere il mio ingresso a palazzo. E quando la stanza del re bambino ha mostrato la sua essenza, la sua risonanza, la sua bellezza, ho capito tutto. Ho capito che non esiste, ho capito che non c'è nessun re bambino, ho capito che quei capricci sono soltanto le cose che mi lascio alle spalle, sono soltanto le paure che non ho più e che come il re hanno lasciato un'eco senza voce, una candela senza fiamma, un albero tagliato senza più la sua chioma.

Percy: "Hai trasgredito ogni mio avvertimento. Hai abbandonato l'isola a te assegnata violando le sacre terre di Ergon; hai navigato l'innavigabile fiume Ermo, per oltrepassate le tristi paludi di Milmia ed attraversare la città del potere. Sei dunque salito misteriosamente alla stanza del trono per appriopriartene e soprattutto per sapere chi sei. Benvenuto mio Signore, aspettavamo un re così, l'Arkejon lo aveva annunciato."

domenica 7 febbraio 2010

Il castello del Re


Sospeso, sospeso come i miei pensieri. Il castello del re non ha ingresso per piedi umani, non ha scalinate, non ha fondamenta sulla roccia. Sospeso, fluttuante come la resistenza inspiegabile al disordine imperante, al caos travolgente alla follia riedificante. Il re trattiene tutto, domina l'ordine e diffonde un infondato senso di scurezza, un insano attaccamento alle regole. Percy ha trovato un modo per salirvi eppure qualcosa di lui non mi convince più. Sembra che dietro ogni cosa di tutto questo si celi un profondo terribile segreto, qualcosa che lui conosce bene. L'Arkejn recita:
"Non sempre qualcosa che impera ha l'autorità per farlo, eppure quasi mai nessuno ha voglia di scalfire un'autorità che si autoproclama, neppure se questa non ha la potenza necessaria per sostenersi."

martedì 2 febbraio 2010

Nella città del Re


Ho ritrovato il giovane Persy. Si è stupito della mia tenacia, della mia capacità di compiere cose senza senso. Il re non vuole vedermi, e lui me lo aveva detto chiaramente. Il re sa cose sul mio passato che ai suoi occhi mi scerditano, mi teme, mi considera come un nemico. Adesso si chiede perchè avrei compiuto un viaggio così lungo per andare contro a quello che per lui è il flusso normale delle cose. Dal canto mio io per primo trovo strano lui e questo luogo. Qui tutto sembra avere un senso chiaro e logico. Qui ognuno è indaffarato a compiere il proprio lavoro, le proprie faccende, e così appaga la propria ansia di vivere. Sono proprio fuori luogo, sono proprio diverso, io che faccio quello che M., un uomo che ancora oggi definisco misterioso, mi ha detto di fare; io che seguo l'onda energetica di Ergon e rispondo alle attese di un consiglio di anziani chiusi in una città ai confini degli spazi mentali...sono un pazzo eppure mi vanto di questa follia. M. mi ha detto che il re saprà dirmi chi sono, saprà canalizzare la mia attenzione altrove, forse, un'attenzione che adesso si è rivolta soltanto verso questa città, una città solare, apparentemente libera eppure incatenata alle mille cose da fare, da sbrigare, da compiere. Sono sbalordito dal brulichio incessante delle persone che da una strada all'altra corrono, camminano veloci, si scambiano poche necessarie parole. L'Arkejon conferma i miei sospetti, parla fra le righe di un futuro diverso, dove all'ordine si sostituirà la libera espressione. Il giovane Persy è tornato turbato al palazzo, arroccato al centro della città, stupito dalla mia incomprensibile tenacia. Mi annuncerà, mi farà uccidere prima che io lo raggiunga o forse resisterà e farà finta di non avermi mai incontrato, abbagliato dall'illogica voglia che si sprigiona nelle mie parole. Mi ha chiesto come abbia potuto navigare un torrente impercorribile e per giunta nel senso opposto. Non si capacità delle forze che mi hanno portato in questa burocratica città. Qui il re bambino sprigiona tutta la sua voglia di ordine e funzionalità. Qui, come un sole emana la sua luce, così lui irradia il suo potere senza mostrarsi chiaramente, sewnza permettere allo sguardo di poterlo fissare. Percy mi ha di nuovo messo in guardia, mi ha di nuovo minacciato: se insisterò, se non me ne andrò da qui, saranno guai. Ergon palpita ancora nelle mie vene e il sacro libro mi rincuora sul da farsi.

lunedì 1 febbraio 2010

La città del Re

Enneade di torri a fortezza della perfezione, come nove furono gli antichi dei. Forte coraggiosa e spavalda, la città del sole brilla della luce del suo Signore. fiera e minacciosa, chira e ordinata, sicura, difende i suoi segreti nell'immagine della perfezione, nella pittoresca apparente semplicità. Sono giunto alla mia meta, sono arrivato.

Plotino; Enneade I,VI

"Dunque l'idea si avvicina alla materia e pone ordine tra le parti multiple, di cui una cosa è fatta, combinandole insieme. L'idea le riconduce a un tutto ordinato, e crea l'unità accordandole loro, perché essa stessa è una, e l'essere che prende da lei la forma deve dunque essere uno, almeno nei limiti in cui può esserlo una cosa composta da molte parti."

giovedì 28 gennaio 2010

Ricordi

Di tutto quello che è successo ricordo le emozioni, grandi intense emozioni. Non ci sono immagini nette, soltanto la stessa voglia incontenibile di vivere che espande in ogni direzione un'energia innaturale. Riesco con molta più facilità a compiere quello che un tempo credevo magie, giochi pirotecnici di uno stregone in erba. Se un tempo ho creduto di essere un giocoliere, un bagatto, che gioca col mondo e con la propria vita, adesso percepisco pericolosamente una capacità più potente, quella dell'Imperatore e del Carro collisi, fusi e uniti, quella del comando e della direzione. Adesso sento la possibilità di viaggiare e percorrere, la necessità di non rimanere introflesso, la possibilità di proiettare in un nuovo esterno quello che prima rimaneva in un falso interno. E il fiume scorre nel senso opposto e i boschi impaludati lasciano spazio a nuove foreste, a prati. L'Arkejon racconta la vicenda qualcosa che non muore mai, che non tramonta, che nasce con l'uomo, che si conserva che si tramanda e passa di bocca in bocca, di mente in mente, di pensiero in pensiero, che forma i pensieri, che li informa e li trasforma talvolta. Parla di qualcosa che non avrà fine se non con la fine dell'umanità...parla di qualcosa che striscia, si impolpa, penetra in ogni cosa, la ravviva e la costringe, la incanala e la deforma. Parla.

mercoledì 27 gennaio 2010

I boschi impaludati di Milmia

Viaggio controcorrente, l'energia di Ergon sostiene il naviglio verso la reggia del re bambino. Attraverso i boschi impaludati di Milmia, come il consiglio mi aveva predetto, e la mia mente ricorda e vede riflessi nello stagno. Vedo i Rifugi Oscuri, dove un tempo M. dimorò a lungo per guarire qualcuno a me caro e per sanare anche me, di riflesso. Percepisco la loro lontananza e la distanza di tutto quello che è accaduto prima e immediatamente dopo. Forse si è rifugiato di nuovo lì, forse ha dovuto assistere qualcuno, ha dovuto guarirlo, ha dovuto sfruttare la forza di quei luoghi. O forse no, non credo che davvero abbia avuto il desiderio di tornarvi; in fondo è stato lui, proprio lui, a trascinarmi lontano da loro, a portarmi sull'isola di F. per dimenticare...eppure adesso ricordo, adesso che vado per prendere il trono che mi spetta. Viaggio controcorrente, contro la spinta a valle e punto alle montagne, punto alle rocce. Ergon si allontana alle mie spalle.

martedì 26 gennaio 2010

L'Arkejon

Veloce, sul leggendario fiume Ermo, raggiungerò la città fortezza del re bambino. Il Consiglio dei dodici della citta santa di Ergon mi ha indicato questa strada, mi ha fornito del coraggio, mi ha regalato il libro Arkeja perchè io potessi capire la storia che scorre come un fiume sotterraneo, dietro alla mia storia. Non ho paura, non ho timore. Arkeja è qualcosa di magico, è qualcosa di misterioso eppure parla una lingua che conosco, una lingua che non so ripronunciare ma soltanto tradurre, soltanto cambiare. Arkeja parla anche di me, fra le righe, in ogni riga, in ogni frase, nelle immagini, nei pensieri. Nessuna origine certa, nessun mito prenatale, nessun essere misterioso. Il mondo in cui mi muovo esiste nella volontà di chi lo vuole vedere, esiste e si muove e cambia a vantaggio di chi crede in esso, di chi spende per esso le proprie energie.
Ergon avrà un ruolo importante nella rifondazione del regno.

lunedì 25 gennaio 2010

La città di Ergon


Riprendo il mio viaggio con la promessa di tornare ad Ergon non appena sarà giunto di nuovo il tempo. Come la luna tornerò nuovo ogni mese, come la luna, lo prometto sul sacro altare della vita eretto poco ad ovest, nei boschi sul lago. Avete rivelato quello che non avrei mai pensato, al confine del confine del mio cuore. Il re è un bambino, un vecchio bambino terrorizzato dalle sue paure e voi, potenti maghi, venerabile consiglio dispensatore di fortezza e perseveranza non avete esitato a far aprire il mio guscio, a far espandere la mia volontà oltre quello che avrei immaginato. Il re è un bambino impaurito, un bambino ribelle, un ragazzino trincerato nella sua costanza, difeso nella perfezione, ancorato ad evanescienti certezze, certo di non poter durare a lungo. Venerabile consiglio di maghi , hai riscoperto la magia che dimora anche in me. Sono luoghi magici questi, anche al confine del più lontano confine. Ergon, la città salda, che non teme il lago, impetuoso nel suo espandersi, costante e imperterrito. Non teme l'eterna alba, la natura prorompente, i re bambini. Non teme l'irrequietezza di un bambino impaurito.

sabato 23 gennaio 2010

Finestre


Come finestre, piccole finestre, ognuno di noi mostra a chi vuol guardare l'universo che conteniamo e che ci contiene. Come piccole finestre, sul mare.